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Partire alla scoperta del Mediterraneo – mi disse un giorno Fernand Braudel - […] è penetrare l’arcaicità di mondi insulari chiusi in se
stessi, ma anche conoscere civiltà che sempre si rinnovano; è incontrare –
insomma – l’Africa, l’Europa e l’Asia nei loro problemi d’oggi e nel ricordo
della loro civiltà di ieri.
Folco Quilici (*)
Partendo dalla considerazione che il mare costituisce oltre i due terzi del
nostro pianeta(1), si comprende appieno perché l’egemonia su di esso sia stata e sia tuttora al centro degli studi geopolitici; anzi, per talune scuole, principalmente la
britannica e la statunitense, e in parte per la francese e la giapponese, si
può parlare di geopolitica moderna proprio grazie alle riflessioni dei più
importanti studiosi di geopolitica sul predominio della superficie liquida,
ai fini di un esclusivo e particolare interesse nazionale e, comunque,
limitatamente agli aspetti relativi alle leggi che hanno governato e
governano gli espansionismi(2). Ed è infatti
merito di autori della scuola angloamericana l’aver
messo in luce, quali aspetti che connotano l’importanza strettamente
geopolitica del mare, i fattori geoeconomico e geostrategico. Proprio per queste due principali
caratteristiche, il mare costituisce in sé uno spazio di profonda instabilità
geopolitica e di conflittualità; infatti esso, come
efficacemente mostrato dai geopolitici francesi A. Chauprade e F. Thual, “a differenza delle terre emerse, sulle quali può
essere stabilito l’equilibrio delle forze, spinge all’egemonia”(3)
A questo destino non sembra essere sfuggito nel passato, e non sfugge
tuttora, neanche il Mediterraneo(4), nonostante la sua particolare
conformazione geografica di mare chiuso lo renda simile ad un vero e proprio
lago e lo definisca quale naturale continuum geopolitico tra le masse terrestri (Europa, Africa ed
Asia) che lo limitano e delle quali è funzionale cerniera. Tuttavia, nel
considerare che ci sono stati lunghi periodi in cui ha prevalso quella che potremmo definire Pax Mediterranea, osserviamo che
questi sono stati possibili grazie alla piena sovranità esercitata
sull’intera area da parte di un unico centro di potere che ne esaltava la
funzione geopolitica di mare chiuso quale raccordo tra le coste, come nel
caso dell’Impero romano; oppure come risultato dell’equilibrio di forze
instauratosi tra diversi centri di potere (Impero ottomano, Repubblica di
Venezia, Impero spagnolo, Impero austroungarico,
Impero francese, ecc.), i quali, pur separando con le proprie e parziali
sovranità la continuità geopolitica del litorale mediterraneo, ne
rispettavano le differenziate realtà economiche e sociali sulla base sia dei
comuni, quantunque dialetticamente interpretati,
interessi commerciali, sia su quella della relativa omogeneità culturale.
Questi centri di potere, inoltre, preservavano da influenze esterne il “mare
nostro” (he par’hemin
thalassa, mare nostrum, come lo definivano gli
antichi Greci e Romani in opposizione al fiume Oceano che essi credevano
contornasse la Terra)
È solo con l’azione perturbatrice di potenze esterne, quali, in successione
temporale, la britannica (1815) e la statunitense (1945), che l’unità
geopolitica del Mediterraneo viene spezzata e la sua
importanza geostrategica valorizzata esclusivamente
nell’ambito della prassi espansionistica della politica imperialista di
queste due potenze, secondo il “principio del frastagliamento delle coste
contrapposte” (Johann von
Leers)
Con il termine dello scontro tra la Francia napoleonica e l’Inghilterra a
favore di quest’ultima, inizia quella
egemonia della Gran Bretagna sul mar Mediterraneo(5) che si
protrarrà fino al termine del secondo conflitto mondiale. Solo l’Italia
“proletaria e fascista” di Mussolini tenterà in
qualche modo di contrastare tale predominio con l’integrare nella costituenda
“comunità imperiale di Roma” l’Albania e la Libia. Nel dopoguerra, in un contesto geopolitico
completamente mutato a livello mondiale, gli USA, tramite la NATO, diventano
la potenza navale predominante nel Mediterraneo. A tentare di contrapporsi alla egemonia di questa “nuova Inghilterra” sul
Mediterraneo saranno, accidentalmente, l’Egitto di Nasser
per la questione del canale di Suez (1956) e con una certa continuità ed
efficacia l’URSS, che, percepita con notevole ritardo l’espansione di Israele
nell’area vicino orientale come funzionale agli interessi statunitensi,
scende in campo a favore del mondo arabo
Proprio a causa dell’azione perturbatrice esercitata dalla potenza
extracontinentale americana e dai suoi alleati, ciò che definisce il
Mediterraneo contemporaneo è, secondo la vulgata occidentalistica e in
coerenza con la dominante scuola di pensiero neocon,
“la frattura che lo divide” (P. Moreau Defarges) tra un nord ricco ed un sud povero, tra un nord
industrializzato ed un sud in via di sviluppo, tra un nord democratico e
civile e un sud preda di regimi autoritari, “fondamentalisti”
e culturalmente arretrati; quindi, tra un nord esportatore di democrazia,
aggressivo e neocolonialista ed un sud che, tra molteplici contraddizioni e
nonostante esse, cerca di sfuggire ai tentativi di omologazione planetaria
stabiliti dalle strategie dell’iperpotenza
americana
Nel quadro di queste strategie, che possiamo definire a buon diritto mondialiste, l’area del Mediterraneo assume dunque una
funzione che non solo è contraria agli interessi specifici dei paesi
rivieraschi, ma anche e soprattutto agli interessi della massa continentale euroafroasiatica. Infatti, invece di costituire una
“regione di mezzo”, di mediazione e di scambio tra le nazioni che
geograficamente la definiscono e di cerniera per le masse continentali che la
costituiscono, essa è diventata il segmento(6) di una instabile fascia di demarcazione artificiale - tra il
mondo a prevalente cultura musulmana e quello “occidentale” americanocentrico - che parte dalle regioni centroasiatica e caucasica
(ricche di risorse energetiche) per arrivare, passando per i Balcani, fino allo stretto di Gibilterra; e ciò,
ovviamente, in perfetta coerenza con le realistiche e stringenti motivazioni geostrategiche di presidio armato necessarie al
mantenimento dell’egemonia statunitense nell’Europa meridionale, nel Nordafrica, e nel Vicino Oriente, nonché al controllo
delle importanti rotte petrolifere e dei gasdotti che si trovano su questa
direttrice. È in questa logica di penetrazione della potenza
extracontinentale statunitense verso il centro della massa eurasiatica,
dunque, che va reinterpretato il ruolo geopolitico del Mediterraneo. Infatti
l’attuale dottrina geopolitica americana, volta ad accrescere la propria
egemonia nel cuore della massa eurasiatica, sembra assegnare all’area grandemediterranea (da Gibilterra al mar Caspio per il tramite del sistema fluviale Don-Volga) –
grazie soprattutto all’alleato turco - anche una delicata funzione di
controllo sulla Russia e di monito alle iniziative unilaterali di quest’ultima verso l’Europa e l’Iran
In tale contesto, le politiche e le iniziative
mediterranee dell’Unione Europea verso i Paesi del Vicino Oriente e del Nordafrica, destinate, nelle intenzioni, a sviluppare il
legame naturale tra la massa europea e quella nordafricana, a ridurre il
divario economico nella regione nonché a regolare i flussi migratori, sono
gravemente compromesse e prive di credibilità proprio a causa del fatto che
l’intera area è presidiata, con i pretesti dell’alleanza atlantica e della
sicurezza internazionale, da forze extracontinentali che nulla hanno a che
fare con il destino e lo sviluppo dei paesi che tale area definiscono geopoliticamente. Sono inoltre, queste iniziative
dell’Unione, sterili, se non collegate a coerenti politiche di integrazione con la Russia, le sole che permetterebbero
a Bruxelles di emanciparsi dal sistema geopolitico americanocentrico
Nel quadro della prospettiva procontinentale
eurasiatica, che mira alla costituzione di un equilibrato sistema multipolare, rispettoso delle differenze e particolarità
dei popoli e delle legittime aspirazioni delle nazioni, il controllo del
Mediterraneo rappresenta una questione geopolitica di rilevante importanza,
che i decisori politici autenticamente europei, asiatici ed africani devono
porre all’ordine del giorno. Soltanto quando la piena sovranità del mar
Mediterraneo sarà in mano alle popolazioni che ne hanno diritto perché
funzionale ai loro destini, e soltanto quando il suo ruolo geopolitico sarà riconosciuto nell’ambito di una
liberazione della massa euroafroasiatica dalla egemonia d’oltreatlantico
che sarà possibile sviluppare una vera Pax Mediterranea
Note
* Citato in: Luigi Di Conte, Eros
Moretti, Geopolitica del Mediterraneo, Roma, 1999, p. 9
1) La superficie dell’intero pianeta è
di circa 509 milioni di chilometri quadrati, di cui 144 costituiscono la
parte terrestre e 365 quella liquida
2) Tra cui, tanto per citare i più importanti, l’ammiraglio
statunitense Alfred Mahan
(1840-1914), autore del fondamentale The interest of America in Sea Power (1897), l’ammiraglio britannico Halford
J. Mackinder (1861-1947), le cui analisi sull’importanza del mare e delle coastlands lo hanno condotto ad individuare nell’heartland il perno geografico della storia (1904),
il teorico statunitense del rimland Nicholas J. Spykman (1893-1943), dalle cui analisi le amministrazioni americane
deriveranno la strategia del contenimento, cardine della “guerra fredda”,
infine l’ammiraglio francese Raoul Castex
(1878-1968)
3) Aymeric Chaupadre,
François Thual, Dictionnaire de géopolitique,
Paris, 1999, p. 540
4) Per mar Mediterraneo intendiamo non soltanto il
Mediterraneo propriamente detto, ma anche il mar Nero e il mar d’Azov; per alcuni analisti è da considerare, in virtù di
un rapporto di continuità-contiguità, appartenente all’area mediterranea
anche il mar Caspio. Il termine
“mediterraneo”, per qualificare quello che i Greci e i Romani chiamavano
“mare nostro”, inizia ad essere usato a partire dal
V secolo dell’era volgare per marcare la differenza con l’Atlantico, il quale
si estendeva oltre le colonne di Ercole; ma è soprattutto nel sedicesimo
secolo, con la scoperta del Mondo Nuovo, che i geografi ne consacrano il nome
col quale è tuttora chiamato (cfr. Yves Lacoste, Dictionnaire de géopolitique
(dir. Yves Lacoste),
Paris, 1995, p. 990)
5) A proposito del predomino
navale inglese nel Mediterraneo, Johann von Leers, nel suo L’Inghilterra,
l’avversario del continente europeo (Edizioni all’insegna del Veltro,
Parma, 2005, pp. 55-56) fa notare che “la politica inglese, conscia dei
propri scopi, aveva allontanato ogni altra potenza navale. La flotta turca
era stata annientata nel 1827 in un’aggressione di una perfidia senza
paragone; la pressione inglese aveva costretto il Kedivé
Mehemed Alì, nel 1840, a
disarmare la flotta egiziana che era nel suo fiorire; la Grecia non aveva
flotta e la formazione di una flotta italiana era stata impedita con la più grande astuzia. L’Austria, con la Casa degli
Asburgo, si era assicurato il predominio in Italia mediante un
contratto segreto stipulato con l’Inghilterra il 27 luglio 1813.
L’Inghilterra intendeva con ciò rafforzare l’Austria contro la Russia e
impedire che la Francia si insediasse in Italia;
soprattutto disturbare ogni idea di unità italiana. […]
Anche in questo caso la politica britannica riuscì ad imporre il suo
principio del frastagliamento delle coste contrapposte: al regno piemontese-sardo
povero di flotta seguiva lo Stato della Chiesa, che a mala pena era in grado
di pagarsi i suoi impiegati (figuriamoci poi una flotta); poi il regno
borbonico delle Due Sicilie, sull’Adriatico ancora
lo Stato della Chiesa, indi il territorio sottoposto al dominio austriaco. I
liberali inglesi veramente si sono sempre accesi a favore delle riforme
nell’interno dei singoli stati italiani – ma nemmeno
Lord Palmerston desiderava un potente stato
italiano. Come terra di congiure e di disordini, come centro di rivoluzioni,
era certa di simpatie inglesi; un’Italia potente con pretese di politica
navale era assolutamente indesiderata”
6) Rileva Hervè
Coutau-Bégarie che “gli strateghi navali, in
particolare Mahan e Castex,
hanno avuto la tendenza a presentare la storia del Mediterraneo come uno
scontro permanente tra l’Oriente e l’Occidente”, Dictionnaire
de géopolitique (dir. Yves
Lacoste), Paris, 1995, p. 988.
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