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Silvio Bosco

 

LA COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA:

DAL PARTENARIATO AL VICINATO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso il dibattito sui rapporti dell’Europa con il Mediterraneo assunse un carattere più intenso e strutturato; infatti, la fine della presidenza Reagan negli Stati Uniti consentì l’apertura di nuovi spazi di dialogo fra i paesi europei e la Comunità Europea da un lato ed i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo dall’altro, fino ad allora sostanzialmente bloccati dai contrasti fra le due sponde dell’Atlantico circa il significato da attribuire alla pace fra Egitto ed Israele ed al ruolo dei palestinesi.

La svolta, in un primo momento, si concretizzò nell’istituzione del Gruppo dei cinque + cinque (cinque paesi arabi ed altrettanti europei) e poi, nel 1990, nella proposta italo-spagnola di istituzione di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo (CSCM) sul modello della CSCE.

Entrambe le iniziative furono travolte dalla I Guerra del Golfo (1990-91) che condusse l’Europa ad un profondo ripensamento dei propri rapporti con il mondo mediterraneo e ciò in virtù di due processi che da quel momento cominciarono ad evolvere: il Processo di pace in Medio Oriente dal quale l’Unione Europea rischiava di essere emarginata ed il processo di allargamento dell’Unione verso i paesi dell’Europa centro-orientale che rischiava a sua volta di spostare troppo ad Est il baricentro degli interessi europei.

Dopo un breve periodo di transizione caratterizzato da due nuovi schemi di gestione dei rapporti euro-mediterranei quali la “Nuova politica mediterranea” e la “Politica mediterranea rinnovata”, i Consigli europei di Cannes e di Essen aprirono la strada alla Dichiarazione di Barcellona (1995).

 

LA DICHIARAZIONE DI BARCELLONA

La Dichiarazione di Barcellona istituisce il Partenariato euro-mediterraneo (PEM) raccogliendo l’eredità delle esperienze precedenti in tema di rapporti euro-mediterranei e modellandosi sullo schema della CSCM; in quanto discendente da quest’ultima, il PEM è intriso del suo carattere multilaterale e multidimensionale: il suo funzionamento è assicurato da istituzioni comuni ed i suoi obiettivi contemplano una vastissima gamma di proposte di collaborazione che spaziano da quella politica e della sicurezza a quella economica, sociale e culturale.

Nonostante il PEM sia l’erede delle esperienze precedenti, esso, tuttavia, è anche un modello completamente nuovo nel senso che punta ad una gestione condivisa degli affari euro-mediterranei ed al coinvolgimento pieno dei partners nel processo. Il PEM, infatti, è un programma di cooperazione che prevede consultazioni politiche regolari fra i partner onde realizzarne gli obiettivi e le finalità le quali possono essere raggruppate in tre principali aree di cooperazione:

·                      Il partenariato politico e di sicurezza, volto a stabilire gradualmente un’area comune di pace e di stabilità

·                      Il partenariato economico e finanziario che ha come obiettivo di creare un’area di prosperità condivisa

·                      Il partenariato relativo alle questioni sociali e culturali finalizzato a sviluppare le risorse umane, a promuovere la comprensione fra le diverse culture e gli scambi fra le società civili

I meccanismi istituzionali che governano il Partenariato prevedono la Conferenza dei ministri, il Comitato Euro-Med, il Comitato degli alti funzionari (relativo alla cooperazione politica e sulla sicurezza) e da ultimo l’Assemblea parlamentare euro-mediterranea.

Questi organismi riflettono le essenziali caratteristiche del Partenariato euro-mediterraneo: partnership, coinvolgimento e multilateralismo.

Tuttavia, è necessario sottolineare che alla luce dell’esperienza e dei risultati conseguiti in questo decennio, il vero motore del Partenariato è l’Unione Europea per la quale il PEM somiglia di più ad un processo dell’Unione al quale partecipano dei paesi che dell’Unione non fanno parte come nel caso dell’allargamento verso i paesi dell’Europa centro-orientale i quali però, a differenza dei partner mediterranei non europei, hanno, alla fine del processo, beneficiato dell’adesione alle istituzioni dell’Unione.

Le ragioni di questo eurocentrismo del Processo di Barcellona sono politiche e strutturali.

Le ragioni politiche. Il PEM pur essendo stato sottoscritto anche dai membri non europei riflette sostanzialmente gli interessi di stabilità e di sicurezza che l’Unione percepisce nell’area mediterranea; inoltre, esso è l’erede delle precedenti politiche mediterranee dell’allora Comunità Europea.

Le ragioni strutturali. L’Unione Europea, mediante il programma MEDA (che è un capitolo del bilancio dell’UE), è la principale sostenitrice sotto il profilo finanziario dei programmi di cooperazione, quindi essa ha tutto l’interesse a mantenere il controllo del processo e dei suoi piani di spesa.

A questo proposito va rilevato che il Comitato Euro-Med, principale organismo della dimensione multilaterale del Processo di Barcellona, è stato fortemente limitato nello svolgimento delle sue attività dal fatto che esso si trova a dover semplicemente registrare le decisioni europee senza potervi incidere e modificarle. Ed ancora, lo sganciamento del Comitato degli alti funzionari (dialogo politico e sicurezza) dal Comitato Euro-Med nonché l’accentuazione del suo carattere intergovernativo hanno sottratto alla dimensione multilaterale del Processo di Barcellona aspetti essenziali quali la sicurezza ed il dialogo politico nonché la coerenza dei diversi aspetti del Partenariato.

Ma è soprattutto la dimensione economica multilaterale finalizzata alla creazione di un’area di libero scambio euro-mediterranea a pagare il prezzo di questa situazione. Infatti, l’indebolimento delle politiche e delle strutture garanti degli aspetti multilaterali e regionali ha favorito la tradizionale attività di negoziazione bilaterale della Commissione recentemente esauritasi con la sottoscrizione di trattati di associazione con ciascuno degli Stati non europei del PEM.

Il prevalere dell’unilateralismo europeo sull’aspetto multilaterale e multidimensionale del PEM ha, infine, generato fra i partner mediterranei un diffuso sentimento di delusione e di disinteresse indebolendo ulteriormente il progetto ed i processi ad esso connessi.

 

Il rischio di fallimento del Processo di Barcellona nella sua caratteristica più essenziale ed innovativa, il regionalismo, non affonda le sue radici nel solo atteggiamento dell’Unione Europea teso a far prevalere i propri interessi strategici nell’area a discapito degli interessi di quest’ultima presa nel suo insieme, derivando esso anche da oggettive carenze, sia economiche sia politiche, dell’area mediterranea non europea.

Le ragioni economiche. La sponda Sud del Mediterraneo è un’area economica caratterizzata da una generale arretratezza rispetto agli standard internazionali; escludendo Israele, la cui struttura economica è sostanzialmente “occidentalizzata”, la restante parte dell’area si distingue per bassa crescita, alti tassi di sviluppo demografici, inefficienza dello Stato, debolezza del settore privato ed impoverimento di quello pubblico, scarsa propensione all’attrazione degli investimenti internazionali.

Soltanto l’Africa sub-sahariana presenta un quadro più pessimista.

Alla generale arretratezza va aggiunta la disomogeneità delle situazioni, di cui Israele è l’emblema, quale causa prima dello scarso sviluppo multilaterale il quale ha fino ad oggi prodotto rarissime occasioni di coordinamento se si eccettua l’Accordo di Agadir (2002) significativamente sottoscritto dalle economie più “dinamiche” dell’area (Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia).

Le ragioni politiche. La strada del regionalismo e del multilateralismo stenta a trovare la sua giustificazione in un’area, come quella mediterranea, da sempre teatro di fortissime differenze che tuttora perdurano e generano conflitti.

Dal Marocco alla Turchia è un susseguirsi di conflitti aperti o latenti, internazionali o civili.

L’annosa e drammatica contrapposizione israelo-palestinese, la questione del Libano, le ostilità siro-israeliane e la forte alleanza fra Turchia e Israele (percepita come anti araba) fanno del Medio Oriente un’area per nulla favorevole a qualsiasi prospettiva di sviluppo multilaterale.

Il Maghreb, a sua volta, pur presentando livelli di conflittualità a più bassa intensità non è esente da problemi e crisi che ne minano lo sviluppo, vediamone i più importanti: gli irrisolti problemi di confine fra Marocco e Algeria, le conseguenze del sanguinoso conflitto civile algerino, non ancora del tutto esauritosi, le ricadute di questi fatti sui rapporti inter-maghrebini ed il caso Libia (soltanto da poco in via di soluzione).

 

DAL PARTENARIATO AL VICINATO

Il Partenariato euro-mediterraneo ha rappresentato un importante passo in avanti nella politica della UE verso i paesi mediterranei e ha avuto l’ambizione di creare uno spazio comune, in qualche misura di costruire una regione in una zona dove la conflittualità o quanto meno la separazione ha spesso prevalso sui fattori di integrazione.

Tuttavia, come abbiamo visto, questo tentativo ha prodotto risultati modesti se non addirittura talvolta negativi come nel caso dell’applicazione del libero scambio e delle sue conseguenze non sempre positive per il benessere delle società dei partner mediterranei.

A questo proposito, recenti studi hanno sottolineato che per ottenere significativi miglioramenti in termini di benessere serve andare oltre il libero scambio per un maggiore approfondimento dell’integrazione.

Questa integrazione approfondita è, in effetti, al centro della Politica di Vicinato, elaborata dall’Unione Europea per gestire i propri rapporti di “vicinato” proponendo una integrazione progressiva al Mercato interno europeo.

Da questo punto di vista la Politica di Vicinato rappresenta un progresso sostanziale rispetto al PEM fondato essenzialmente sul libero scambio; tuttavia, come vedremo, la nuova politica dell’UE presenta anche dei rischi che potrebbero generare fenomeni regressivi rispetto al PEM riportando la cooperazione euro-mediterranea ad una serie di relazioni bilaterali più o meno approfondite senza più ambizioni regionali.

 

L’esigenza di porre in discussione la politica europea verso il Mediterraneo sorge non soltanto dagli evidenti limiti del PEM ma anche dai cambiamenti geopolitici di questi ultimi anni.

Alla luce dei recenti eventi internazionali (guerra al terrorismo, processo di pace in Medio Oriente guerra in Irak), infatti, la tradizionale definizione geografica di Mediterraneo, che comprende i paesi delle rive meridionale ed orientale e alla quale si rifà il PEM, non è più pienamente adatta ad un contesto in via di trasformazione. Da un punto di vista geopolitico e strategico vengono in rilievo paesi come l’Irak, l’Iran, le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo e Yemen i quali pur non affacciandosi sul bacino mediterraneo presentano delle dinamiche che hanno ampie ricadute sull’intera area; è per questo che si tende sempre più a parlare di “Mediterraneo allargato” nel linguaggio di Bruxelles o di Grande Medio Oriente nel linguaggio di Washington.

 

La necessità di riequilibrare verso Sud il baricentro degli interessi europei attualmente a favore della componente centro-nordica dopo l’allargamento ad Est completa il quadro delle motivazioni essenziali che hanno condotto l’UE ad introdurre sostanziali cambiamenti nella sua politica verso il Mediterraneo.

 

LA POLITICA DI VICINATO NEL MEDITERRANEO

Rispetto al Processo di Barcellona, la Politica di Vicinato introduce delle importanti novità non solo nella struttura della cooperazione e nelle relazioni tra l’Unione e i suoi partner, ma anche in materia di strumenti.

Nell’ambito della Politica di Vicinato, il processo di avvicinamento all’UE – che offre ai suoi vicini potenzialmente “tutto fuorché le istituzioni” in cambio di progressi concreti nel rispetto dei valori comuni e nella realizzazione delle riforme politiche, economiche e istituzionali – è pensato in forma progressiva, differenziata da paese a paese; ciò significa che gli Stati più desiderosi e più capaci nell’attuare le misure di adeguamento necessarie possono avanzare nella cooperazione con l’UE senza essere bloccati da difficoltà e ritardi altrui. Questo implica la configurazione della cooperazione euro-mediterranea secondo una struttura a geometria variabile, già in vigore all’interno dell’Unione, basata sulle cosiddette cooperazioni rafforzate per cui diversi gruppi di Stati sarebbero più o meno vicini all’UE a seconda del loro maggiore o minore interesse per la cooperazione con l’Unione. Allo stesso tempo si accentua la dimensione bilaterale della cooperazione euro-mediterranea a scapito dell’approccio regionale proprio del processo di Barcellona. In tale contesto è prevista la redazione di Piani d’azione contenenti le priorità per ciascun paese e di durata dai tre ai cinque anni al termine dei quali potrà essere concluso un accordo di vicinato che si affianchi agli accordi di associazione previsti dal PEM; a sostegno delle misure previste nei piani d’azione verrà creato un apposito strumento, detto di vicinato e di partenariato, il quale sostituirà l’attuale MEDA.

Se, dunque, da un lato la Politica di Vicinato costituisce un grosso salto di qualità nei rapporti fra l’Unione ed i suoi partner mediterranei promettendo loro una più intensa integrazione fino ad arrivare all’accesso al grande Mercato unico europeo, dall’altro lato, l’accentuazione delle relazioni bilaterali UE – partner mediterraneo rischia di scardinare l’obiettivo essenziale del PEM, ossia il regionalismo, e di approfondire la debolezza delle relazioni Sud-Sud; infatti, a quest’ultimo proposito, va sottolineato che la Politica di Vicinato premia il rafforzamento delle relazioni Nord-Sud (UE – partner mediterraneo) ossia la capacità del singolo partner di adeguarsi all’acquis communautaire con la conseguente marginalizzazione di chi resterà indietro.

 

Nondimeno, al di là dei dubbi e delle timidezze il merito indubbio della nuova Politica di Vicinato consiste nell’avere ridato nuovo slancio ad un processo ambizioso dimostratosi finora non all’altezza delle aspettative. Se la prospettiva dell’adesione è stata la molla del successo della strategia dell’UE verso i paesi dell’Europa centrale ed orientale, resta da verificare se la prospettiva della partecipazione al Mercato interno europeo sia un incentivo altrettanto efficace per le riforme politiche ed economiche nei paesi del Mediterraneo. Per i paesi della sponda Sud del Mediterraneo la possibilità di partecipare al mercato interno, con tutto ciò che questo comporta nel lungo periodo in termini di libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali, rappresenta certamente un obiettivo più allettante del libero scambio previsto dal PEM.

 

IL SECONDO CORSO DI CULTURE E CIVILTA' DEL MEDITERRANEO

Coordinato da Hassen Slama

LA STORIA DEI RAPPORTI FRA I POPOLI

DEL MEDITERRANEO

MIGRAZIONI, CONFLITTI, INTRECCI ETNICO-CULTURALI