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Parla agli altri
popoli: per lanciare un messaggio di pace e far sapere che c'è un luogo
ideale che si chiama Mediterraneo. |
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Col "Dialogo" il Medi-terraneo parla a se stesso:
dall'una all'altra riva, dal Medioriente a Gibilterra, perchè i po-poli
ritrovino le comuni radici e provino a far crescere tronco e rami.
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il
giornale dei popoli del Mediterraneo a cura della
Società Siciliana per l'Amicizia fra i Popoli |
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حوار
البحر
المتوسطي |
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● La Società Siciliana per l'Amicizia
fra i Popoli ANSAMED EVENTI -Il Mediterraneo dei fotografi -Donne e Giornalismo nel Mediterraneo -Regioni Euromediterranee a convegno a Taormina -Galassia Gutenberg, libri dal Mediterraneo ● Infomedi, informazioni on line dal
Mediterraneo ● Coppem, comitato per il partenariato
euromediterraneo ● Camera di Commercio Italo-Araba |
Silvio Bosco LA COOPERAZIONE
EURO-MEDITERRANEA: DAL PARTENARIATO AL
VICINATO |
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INTRODUZIONE Nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso
il dibattito sui rapporti dell’Europa con il Mediterraneo assunse un
carattere più intenso e strutturato; infatti, la fine della presidenza Reagan
negli Stati Uniti consentì l’apertura di nuovi spazi di dialogo fra i paesi
europei e la Comunità Europea da un lato ed i paesi della sponda meridionale
del Mediterraneo dall’altro, fino ad allora sostanzialmente bloccati dai
contrasti fra le due sponde dell’Atlantico circa il significato da attribuire
alla pace fra Egitto ed Israele ed al ruolo dei palestinesi. La svolta, in un primo momento, si concretizzò
nell’istituzione del Gruppo dei cinque + cinque (cinque paesi arabi ed
altrettanti europei) e poi, nel 1990, nella proposta italo-spagnola di
istituzione di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel
Mediterraneo (CSCM) sul modello della CSCE. Entrambe le iniziative furono travolte dalla I Guerra
del Golfo (1990-91) che condusse l’Europa ad un profondo ripensamento dei propri
rapporti con il mondo mediterraneo e ciò in virtù di due processi che da quel
momento cominciarono ad evolvere: il Processo di pace in Medio Oriente dal
quale l’Unione Europea rischiava di essere emarginata ed il processo di
allargamento dell’Unione verso i paesi dell’Europa centro-orientale che
rischiava a sua volta di spostare troppo ad Est il baricentro degli interessi
europei. Dopo un breve periodo di transizione caratterizzato da
due nuovi schemi di gestione dei rapporti euro-mediterranei quali la “Nuova
politica mediterranea” e la “Politica mediterranea rinnovata”, i Consigli
europei di Cannes e di Essen aprirono la strada alla Dichiarazione di
Barcellona (1995). LA DICHIARAZIONE DI BARCELLONA La Dichiarazione di Barcellona istituisce il Partenariato
euro-mediterraneo (PEM) raccogliendo l’eredità delle esperienze precedenti in
tema di rapporti euro-mediterranei e modellandosi sullo schema della CSCM; in
quanto discendente da quest’ultima, il PEM è intriso del suo carattere
multilaterale e multidimensionale: il suo funzionamento è assicurato da
istituzioni comuni ed i suoi obiettivi contemplano una vastissima gamma di
proposte di collaborazione che spaziano da quella politica e della sicurezza
a quella economica, sociale e culturale. Nonostante il PEM sia l’erede delle esperienze
precedenti, esso, tuttavia, è anche un modello completamente nuovo nel senso
che punta ad una gestione condivisa degli affari euro-mediterranei ed al
coinvolgimento pieno dei partners
nel processo. Il PEM, infatti, è un programma di cooperazione che prevede
consultazioni politiche regolari fra i partner onde realizzarne gli obiettivi
e le finalità le quali possono essere raggruppate in tre principali aree di
cooperazione: ·
Il
partenariato politico e di sicurezza, volto a stabilire gradualmente un’area
comune di pace e di stabilità ·
Il
partenariato economico e finanziario che ha come obiettivo di creare un’area
di prosperità condivisa ·
Il
partenariato relativo alle questioni sociali e culturali finalizzato a
sviluppare le risorse umane, a promuovere la comprensione fra le diverse
culture e gli scambi fra le società civili I meccanismi istituzionali che governano il Partenariato
prevedono la Conferenza dei ministri, il Comitato Euro-Med, il Comitato degli
alti funzionari (relativo alla cooperazione politica e sulla sicurezza) e da
ultimo l’Assemblea parlamentare euro-mediterranea. Questi organismi riflettono le essenziali
caratteristiche del Partenariato euro-mediterraneo: partnership,
coinvolgimento e multilateralismo. Tuttavia, è necessario sottolineare che alla luce
dell’esperienza e dei risultati conseguiti in questo decennio, il vero motore
del Partenariato è l’Unione Europea per la quale il PEM somiglia di più ad un
processo dell’Unione al quale partecipano dei paesi che dell’Unione non fanno
parte come nel caso dell’allargamento verso i paesi dell’Europa
centro-orientale i quali però, a differenza dei partner mediterranei non
europei, hanno, alla fine del processo, beneficiato dell’adesione alle
istituzioni dell’Unione. Le ragioni di questo eurocentrismo del Processo di
Barcellona sono politiche e strutturali. Le ragioni politiche. Il PEM pur essendo stato
sottoscritto anche dai membri non europei riflette sostanzialmente gli
interessi di stabilità e di sicurezza che l’Unione percepisce nell’area
mediterranea; inoltre, esso è l’erede delle precedenti politiche mediterranee
dell’allora Comunità Europea. Le ragioni strutturali. L’Unione Europea, mediante il
programma MEDA (che è un capitolo del bilancio dell’UE), è la principale
sostenitrice sotto il profilo finanziario dei programmi di cooperazione,
quindi essa ha tutto l’interesse a mantenere il controllo del processo e dei
suoi piani di spesa. A questo proposito va rilevato che il Comitato Euro-Med,
principale organismo della dimensione multilaterale del Processo di
Barcellona, è stato fortemente limitato nello svolgimento delle sue attività
dal fatto che esso si trova a dover semplicemente registrare le decisioni
europee senza potervi incidere e modificarle. Ed ancora, lo sganciamento del
Comitato degli alti funzionari (dialogo politico e sicurezza) dal Comitato
Euro-Med nonché l’accentuazione del suo carattere intergovernativo hanno
sottratto alla dimensione multilaterale del Processo di Barcellona aspetti
essenziali quali la sicurezza ed il dialogo politico nonché la coerenza dei
diversi aspetti del Partenariato. Ma è soprattutto la dimensione economica multilaterale
finalizzata alla creazione di un’area di libero scambio euro-mediterranea a
pagare il prezzo di questa situazione. Infatti, l’indebolimento delle
politiche e delle strutture garanti degli aspetti multilaterali e regionali
ha favorito la tradizionale attività di negoziazione bilaterale della
Commissione recentemente esauritasi con la sottoscrizione di trattati di
associazione con ciascuno degli Stati non europei del PEM. Il prevalere dell’unilateralismo europeo sull’aspetto
multilaterale e multidimensionale del PEM ha, infine, generato fra i partner
mediterranei un diffuso sentimento di delusione e di disinteresse indebolendo
ulteriormente il progetto ed i processi ad esso connessi. Il rischio di fallimento del Processo di Barcellona
nella sua caratteristica più essenziale ed innovativa, il regionalismo, non
affonda le sue radici nel solo atteggiamento dell’Unione Europea teso a far
prevalere i propri interessi strategici nell’area a discapito degli interessi
di quest’ultima presa nel suo insieme, derivando esso anche da oggettive
carenze, sia economiche sia politiche, dell’area mediterranea non europea. Le ragioni economiche. La sponda Sud del Mediterraneo è
un’area economica caratterizzata da una generale arretratezza rispetto agli
standard internazionali; escludendo Israele, la cui struttura economica è
sostanzialmente “occidentalizzata”, la restante parte dell’area si distingue
per bassa crescita, alti tassi di sviluppo demografici, inefficienza dello
Stato, debolezza del settore privato ed impoverimento di quello pubblico,
scarsa propensione all’attrazione degli investimenti internazionali. Soltanto l’Africa sub-sahariana presenta un quadro più
pessimista. Alla generale arretratezza va aggiunta la disomogeneità
delle situazioni, di cui Israele è l’emblema, quale causa prima dello scarso
sviluppo multilaterale il quale ha fino ad oggi prodotto rarissime occasioni
di coordinamento se si eccettua l’Accordo di Agadir (2002) significativamente
sottoscritto dalle economie più “dinamiche” dell’area (Egitto, Giordania,
Marocco e Tunisia). Le ragioni politiche. La strada del regionalismo e del
multilateralismo stenta a trovare la sua giustificazione in un’area, come
quella mediterranea, da sempre teatro di fortissime differenze che tuttora
perdurano e generano conflitti. Dal Marocco alla Turchia è un susseguirsi di conflitti
aperti o latenti, internazionali o civili. L’annosa e drammatica contrapposizione
israelo-palestinese, la questione del Libano, le ostilità siro-israeliane e
la forte alleanza fra Turchia e Israele (percepita come anti araba) fanno del
Medio Oriente un’area per nulla favorevole a qualsiasi prospettiva di
sviluppo multilaterale. Il Maghreb, a sua volta, pur presentando livelli di
conflittualità a più bassa intensità non è esente da problemi e crisi che ne
minano lo sviluppo, vediamone i più importanti: gli irrisolti problemi di confine
fra Marocco e Algeria, le conseguenze del sanguinoso conflitto civile
algerino, non ancora del tutto esauritosi, le ricadute di questi fatti sui
rapporti inter-maghrebini ed il caso Libia (soltanto da poco in via di
soluzione). DAL PARTENARIATO AL VICINATO Il Partenariato euro-mediterraneo ha rappresentato un
importante passo in avanti nella politica della UE verso i paesi mediterranei
e ha avuto l’ambizione di creare uno spazio comune, in qualche misura di
costruire una regione in una zona dove la conflittualità o quanto meno la
separazione ha spesso prevalso sui fattori di integrazione. Tuttavia, come abbiamo visto, questo tentativo ha
prodotto risultati modesti se non addirittura talvolta negativi come nel caso
dell’applicazione del libero scambio e delle sue conseguenze non sempre
positive per il benessere delle società dei partner mediterranei. A questo proposito, recenti studi hanno sottolineato che
per ottenere significativi miglioramenti in termini di benessere serve andare
oltre il libero scambio per un maggiore approfondimento dell’integrazione. Questa integrazione approfondita è, in effetti, al
centro della Politica di Vicinato, elaborata dall’Unione Europea per gestire
i propri rapporti di “vicinato” proponendo una integrazione progressiva al
Mercato interno europeo. Da questo punto di vista la Politica di Vicinato
rappresenta un progresso sostanziale rispetto al PEM fondato essenzialmente
sul libero scambio; tuttavia, come vedremo, la nuova politica dell’UE
presenta anche dei rischi che potrebbero generare fenomeni regressivi
rispetto al PEM riportando la cooperazione euro-mediterranea ad una serie di
relazioni bilaterali più o meno approfondite senza più ambizioni regionali. L’esigenza di porre in discussione la politica europea
verso il Mediterraneo sorge non soltanto dagli evidenti limiti del PEM ma
anche dai cambiamenti geopolitici di questi ultimi anni. Alla luce dei recenti eventi internazionali (guerra al
terrorismo, processo di pace in Medio Oriente guerra in Irak), infatti, la
tradizionale definizione geografica di Mediterraneo, che comprende i paesi
delle rive meridionale ed orientale e alla quale si rifà il PEM, non è più
pienamente adatta ad un contesto in via di trasformazione. Da un punto di
vista geopolitico e strategico vengono in rilievo paesi come l’Irak, l’Iran,
le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo e Yemen i quali pur non
affacciandosi sul bacino mediterraneo presentano delle dinamiche che hanno
ampie ricadute sull’intera area; è per questo che si tende sempre più a
parlare di “Mediterraneo allargato” nel linguaggio di Bruxelles o di Grande
Medio Oriente nel linguaggio di Washington. La necessità di riequilibrare verso Sud il baricentro
degli interessi europei attualmente a favore della componente centro-nordica
dopo l’allargamento ad Est completa il quadro delle motivazioni essenziali
che hanno condotto l’UE ad introdurre sostanziali cambiamenti nella sua
politica verso il Mediterraneo. LA POLITICA DI VICINATO NEL MEDITERRANEO Rispetto al Processo di Barcellona, la Politica di
Vicinato introduce delle importanti novità non solo nella struttura della
cooperazione e nelle relazioni tra l’Unione e i suoi partner, ma anche in
materia di strumenti. Nell’ambito della Politica di Vicinato, il processo di
avvicinamento all’UE – che offre ai suoi vicini potenzialmente “tutto fuorché
le istituzioni” in cambio di progressi concreti nel rispetto dei valori
comuni e nella realizzazione delle riforme politiche, economiche e
istituzionali – è pensato in forma progressiva, differenziata da paese a
paese; ciò significa che gli Stati più desiderosi e più capaci nell’attuare
le misure di adeguamento necessarie possono avanzare nella cooperazione con
l’UE senza essere bloccati da difficoltà e ritardi altrui. Questo implica la
configurazione della cooperazione euro-mediterranea secondo una struttura a
geometria variabile, già in vigore all’interno dell’Unione, basata sulle
cosiddette cooperazioni rafforzate per cui diversi gruppi di Stati sarebbero
più o meno vicini all’UE a seconda del loro maggiore o minore interesse per
la cooperazione con l’Unione. Allo stesso tempo si accentua la dimensione
bilaterale della cooperazione euro-mediterranea a scapito dell’approccio
regionale proprio del processo di Barcellona. In tale contesto è prevista la
redazione di Piani d’azione contenenti le priorità per ciascun paese e di
durata dai tre ai cinque anni al termine dei quali potrà essere concluso un
accordo di vicinato che si affianchi agli accordi di associazione previsti
dal PEM; a sostegno delle misure previste nei piani d’azione verrà creato un
apposito strumento, detto di vicinato e di partenariato, il quale sostituirà
l’attuale MEDA. Se, dunque, da un lato la Politica di Vicinato
costituisce un grosso salto di qualità nei rapporti fra l’Unione ed i suoi
partner mediterranei promettendo loro una più intensa integrazione fino ad
arrivare all’accesso al grande Mercato unico europeo, dall’altro lato,
l’accentuazione delle relazioni bilaterali UE – partner mediterraneo rischia
di scardinare l’obiettivo essenziale del PEM, ossia il regionalismo, e di
approfondire la debolezza delle relazioni Sud-Sud; infatti, a quest’ultimo
proposito, va sottolineato che la Politica di Vicinato premia il
rafforzamento delle relazioni Nord-Sud (UE – partner mediterraneo) ossia la
capacità del singolo partner di adeguarsi all’acquis communautaire con la conseguente marginalizzazione di chi
resterà indietro. Nondimeno, al di là dei dubbi e delle timidezze il
merito indubbio della nuova Politica di Vicinato consiste nell’avere ridato
nuovo slancio ad un processo ambizioso dimostratosi finora non all’altezza
delle aspettative. Se la prospettiva dell’adesione è stata la molla del
successo della strategia dell’UE verso i paesi dell’Europa centrale ed
orientale, resta da verificare se la prospettiva della partecipazione al
Mercato interno europeo sia un incentivo altrettanto efficace per le riforme
politiche ed economiche nei paesi del Mediterraneo. Per i paesi della sponda
Sud del Mediterraneo la possibilità di partecipare al mercato interno, con
tutto ciò che questo comporta nel lungo periodo in termini di libera
circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali, rappresenta
certamente un obiettivo più allettante del libero scambio previsto dal PEM. |
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IL SECONDO CORSO DI CULTURE E CIVILTA' DEL
MEDITERRANEO Coordinato da Hassen Slama LA STORIA DEI RAPPORTI FRA I
POPOLI DEL MEDITERRANEO MIGRAZIONI, CONFLITTI, INTRECCI
ETNICO-CULTURALI |
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