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Parla agli altri
popoli: per lanciare un messaggio di pace e far sapere che c'è un luogo
ideale che si chiama Mediterraneo. |
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Col "Dialogo" il Medi-terraneo parla a se stesso:
dall'una all'altra riva, dal Medioriente a Gibilterra, perchè i po-poli
ritrovino le comuni radici e provino a far crescere tronco e rami.
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il
giornale dei popoli del Mediterraneo a cura della Società
Siciliana per l'Amicizia fra i Popoli |
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حوار
البحر
المتوسطي |
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● La Società Siciliana per l'Amicizia
fra i Popoli ANSAMED EVENTI -Il Mediterraneo dei fotografi -Donne e Giornalismo nel Mediterraneo -Regioni Euromediterranee a convegno a Taormina -Galassia Gutenberg, libri dal Mediterraneo ● Infomedi, informazioni on line dal
Mediterraneo ● Coppem, comitato per il partenariato
euromediterraneo ● Camera di Commercio Italo-Araba |
Colonizzazione in atto fonte: Rinascita, quotidiano
di liberazione nazionale |
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Gli esperti anglosassoni hanno coniato un termine - soft power, traducibile in italiano
come "potere morbido" o, per certi versi, con la proverbiale
"carota" opposta al "bastone" - per designare quegli
ambiti particolari d'una politica che s'affiancano al tradizionale esercizio
della forza militare e della pratica diplomatica. In questo "potere" o "potenza
morbida" rientrano la disinformazione, la propaganda e la
colonizzazione. L'attuale imperialismo statunitense dà senz'altro il miglior
esempio d'esercizio massiccio e su scala globale di questo potere
affabulatore. Laddove le potenze del passato - da Roma all'Unione
Sovietica - si sono limitate ad esportare la loro cultura a fianco di quella
dei popoli sottoposti, imponendo la propria lingua come veicolare e
insinuando la propria visione del mondo nell'altrui cultura, gli USA per
primi cercano di plasmare cultura, lingua e valori degli altri popoli - di
tutti i popoli, non solo dei sottomessi - a propria immagine e somiglianza.
Se l'Impero Romano, che pure nella storia fu tra i più omologanti, è
storicamente noto come luogo di varietà linguistica, culturale e religiosa,
l'imperialismo statunitense non ammette sgarri. Inizialmente l'americanismo
s'insinua nelle varie culture in modo differente, cercando d'adattarsi ad
esse di modo da risultare più attraente e accettabile, ma una volta che il
processo di colonizzazione ha fatto il suo corso, allora esso non accetta
alcuna eccezione: vi dev'essere un solo modo di pensare, agire, parlare,
pregare, ecc. L'inglese oggi è ben più che una lingua veicolare. Esso s'è
impossessato di svariati ambiti semantici, soprattutto quelli L'omologazione linguistica è una minaccia formidabile,
poiché nella lingua risiede un enorme potenziale di definizione del modo di
pensare (si veda la "ipotesi di Sapir-Whorf"). Se la ragione è
prima di tutto proprietà dialettica interna all'intelletto, noi sappiamo che
buona parte dell'attività mentale s'esercita attraverso l'utilizzo di categorie
linguistiche; potremmo dire attraverso un proprio "dialogo
interiore". Noi ragioniamo attraverso le convenzioni linguistiche. Ecco
allora che i tratti distintivi d'una lingua possono non dico forgiare, ma
senz'altro influenzare in modo determinante i processi cognitivi e
intellettivi di un individuo. A un livello più pratico, invece, l'omologazione
linguistica conferisce un vantaggio decisivo ai madrelingua. Uno dei primi
fattori che determinano il giudizio su d'una persona - oltre all'aspetto
fisico negl'incontri diretti - è il suo modo d'esprimersi. Chi parla in modo
ricco, disinvolto e fluente, fa un'impressione positiva; chi balbetta,
arranca e rivela un vocabolario ristretto, un'impressione negativa. Si faccia
caso: anche nel campo dei nemici dell'atlantismo e del neocolonialismo, i più
noti pensatori sono di lingua inglese (Noam Chomsky, Naomi Klein, Ahrundati
Roy, solo per citare quelli maggiormente famosi). Gli altri rimangono
tagliati fuori dal grande circo mediatico globale, che sia nella sua versione
ufficiale sia in quella "antagonista" mantiene purtroppo i
caratteri di forgiatore del dominio mondiale statunitense. Ciò diventa tanto più grave se l'omologazione s'estende
al campo culturale: il che è inevitabile. Infatti, anche se nelle scuole
italiane (per esempio) non si studiasse letteratura inglese, i nostri
giovani, per il fatto stesso di parlare correttamente e facilmente quella
lingua straniera, sarebbero naturalmente inclini a leggere gli scrittori e
ascoltare le canzoni anglosassoni (di cui capiscono i testi). I punti di
riferimento culturali divengono sempre più circoscritti nell'area
anglosassone, affermandosi anche sui propri ed escludendo completamente
quelli appartenenti ad altre culture estere: così Popper o Hobbes sono più
conosciuti di Croce o Nietzsche, Hemingway e Poe più letti di Voltaire e
Dostoevskij. A "sinistra" Naomi Klein è più celebrata di Marx e
Lenin, e a "destra" Tolkien più di Evola e Guénon. Tutte le
coordinate basilari di cui ci serviamo per comprendere e valutare il mondo,
sono state traslate dalla nostra tradizione alla modernità nordamericana e
anglosassone. Una classe dirigente che fosse vera élite d'un popolo, si prodigherebbe nel frenare e se possibile respingere
questa vera e propria aggressione colonizzatrice. Una classe dirigente
collaborazionista, che sotto la protezione dell'invasore abbruttisce la massa
e tiranneggia i singoli che le resistono, fa di tutto per favorirla e
potenziarla. Silvio Berlusconi, presidente del consiglio fortunatamente
prossimo al fine mandato, ha issato a mo' di stendardo le cosiddette
"tre I": inglese, internet e impresa (io avrei preferito: italiano,
indipendenza, indigeni). Con la nuova "riforma Moratti", i nostri
figli studieranno l'inglese a partire dalla prima elementare: vale a dire,
nello stesso momento in cui impareranno a leggere, scrivere e far di conto.
Che l'obiettivo sia quello di creare una generazione di bilingue, è ovvio.
Meno palese è capire quale sarà il secondo passo: a capirlo ci aiuta
l'apertura, in alcune città italiane, d'asili nido "sperimentali",
in cui le inservienti saranno anglosassoni e parleranno inglese ai bambini.
L'obiettivo finale della borghesia collaborazionista è quello d'estinguere la
lingua e i caratteri naturali del popolo, sostituendoli con lingue,
comportamenti e valori dell'invasore. In tal modo, gl'Italiani finiranno
coll'identificarsi in tutto e per tutto con i Nordamericani o, tutt'al più,
si sentiranno "cittadini occidentali di serie B", un po' come
dovettero sentirsi i provinciali nel vecchio Impero Romano. Gli effetti di questo colonialismo - che naturalmente
non riguarda solo l'Italia, bensì gran parte del mondo - sono spesso
sottovalutati, eppure gravissimi e perlopiù irrimediabili, s'esso fosse
lasciato andare in porto. Rifacciamoci alla storia passata, per comprendere
cosa ci aspetta. Alessandro Magno, conquistando l'Impero Persiano, non
aveva alcuna intenzione di "ellenizzare" l'Oriente. Anzi, fu egli
stesso a "orientalizzarsi" nel momento in cui si dichiarò
successore dello sconfitto Dario III, attribuendosi molte delle prerogative e
delle peculiarità proprie ai Gran Re; cosa che suscitò l'ostilità della
cerchia aristocratica macedone, con i conseguenti attentati alla sua vita e,
forse, anche un ruolo decisivo nella sua morte. Tutto questo, per dire che
Alessandro non nutriva mire colonizzatrici. Eppure osserviamo il fu Impero
Persiano pochi decenni dopo la conquista: i governanti erano tutti elleni,
con l'eccezione di pochi indigeni educati in Grecia; la lingua comunemente
parlata in ambito politico, diplomatico e culturale era una variante del
greco; gli stessi popoli che si sottraevano al giogo ellenista, erano in
fondo quelli più profondamente ellenizzati (si pensi ad esempio ai Parti, i
quali svilupparono in quegli anni una coscienza nazionale per loro
inimmaginabile fino a pochi decenni prima). Anche quando l'Oriente tornò in
mano agli Orientali, esso non era più quello precedente Alessandro, ma una
evoluzione diretta dell'ellenismo. Neppure Roma, in fondo, mirava ad omologare i suoi
sudditi. Il suo imperium, pur fra
tutti gli arbitri e le illegittimità della conquista, fu in seguito
tollerante e sufficientemente aperto: pochissimi imperi giunsero, come Roma
con Caracalla, a dare pari diritti politici e civili a conquistatori e
conquistati, eliminando così tale dicotomia e forgiando una sola realtà
sociale. Però, tutte le culture celtiche cadute sotto il giogo romano furono
- seppur involontariamente - cancellate quasi interamente e sostituite da una
versione "provincializzata" della romanità. Quando i barbari
arrivarono, ad essi non si presentarono più Romani, Italici, Galli,
Celtiberi, Illiri, Greci, Daci, Numidi, ecc.; bensì solo "romani",
certo molto variegati nelle loro sfumature regionali, eppure riconducibili
ormai ad una sola identità culturale. Di esempi se ne potrebbero fare altri, ma questi
sembrano già sufficienti. Se Alessandro e Roma, che pure non desideravano
colonizzare i popoli sottomessi, lasciarono dopo di sé una realtà sconvolta e
omologata, dalla quale era oramai impossibile tornare indietro, cosa pensiamo
potrà lasciare l'imperialismo anglosassone, una volta caduto, dal momento
ch'esso ha apertamente dichiarato l'intenzione di "civilizzare", "democratizzare"
e "liberare" tutti i popoli sconfitti? Sconfiggere
l'America non sarà sufficiente, se nel frattempo non si sarà riusciti a
sconfiggere anche l'americanismo. |
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IL SECONDO CORSO DI CULTURE E CIVILTA' DEL
MEDITERRANEO Coordinato da Hassen Slama LA STORIA DEI RAPPORTI FRA I
POPOLI DEL MEDITERRANEO MIGRAZIONI, CONFLITTI, INTRECCI
ETNICO-CULTURALI |
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